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Piero Angela: «quella volta che Rita Levi Montalcini mi invitò a Sanremo per la ricerca»

17/07/2018

Il più grande divulgatore italiano ci racconta come si comunica la scienza, perché le fake news sono pericolose, e quando andò al Festival per promuovere la ricerca. Leggi la nostra intervista in occasione dei #50anniAISM

 

«Era un mondo diverso, certamente. Meno libertà, meno esperienze, meno occasioni di viaggiare e incontrare gente. Meno soldi. Ma c’erano cose che oggi mancano. Per esempio il tempo per pensare. Consiglierei a un giovane di recuperare ogni tanto un po’ di tempo libero, per pensare, immaginare, porsi domande e cercare risposte». Nel suo ultimo libro Piero Angela ripercorre un lungo tratto della storia personale ma anche della storia di tutti noi, che lui ha contribuito a scrivere con i suoi innumerevoli programmi televisivi e i suoi libri. In questi suoi percorsi Angela incontrò anche Rita Levi Montalcini, che è stata a lungo Presidente di AISM: «mi invitò persino ad andare con lei al Festival di Sanremo per promuovere una ricerca di fondi per la sclerosi multipla», ricorda.

 


Nella foto: RitalLevi Montalcini, Piero Angela e Mario Alberto Battaglia

 

Giornalista e scrittore, Piero Angela è autore di innumerevoli programmi televisivi dedicati alla scienza, alla tecnologia, alla storia, all’economia, come Quark e Superquark. Iniziò la sua carriera come conduttore radiofonico, diventando poi inviato per la RAI e conduttore del telegiornale. Ha scritto 38 libri, tutti editi da Mondadori. Tra i titoli ricordiamo: “Premio e punizione –Alla ricerca della felicità” (2000) e l’ultimo: “Il mio lungo viaggio, 90 anni di storie vissute” (2017). Nel 1989 ha fondato il CICAP, Comitato per il Controllo delle Affermazioni sulla Pseudoscienza. Partendo da questa comunanza di percorsi e di impegno per la causa della vera ricerca scientifica e dell’informazione, lo abbiamo intervistato per celebrare i 50 anni di AISM.

 

Lei ha “inventato” in Italia la comunicazione scientifica. Quali sono gli ingredienti che ha usato per appassionare le persone comuni alla scienza?
«La grande sfida, semplicemente, è stata ed è ancora nel “tradurre dall’italiano all’italiano”. Per divulgare, prima di tutto bisogna conoscere, studiare, sapere, comprendere la complessità, altrimenti non si può semplificare. E poi bisogna sempre mettersi nei panni dell’ascoltatore, che non si deve annoiare. E per questo bisogna creare un linguaggio non solo semplice, ma accattivante, con tanti esempi, con trovate, anche cartoni animati, che sono geniali. I cartoni animati che noi abbiamo usato con Bruno Bozzetto ci hanno consentito di affrontare gli argomenti più difficili tra quelli che abbiamo trattato. Meccanica quantistica, relatività, embriologia, superconduttori, entropia. Con i cartoni animati si riesce a mostrare immediatamente il concetto fondamentale: la divulgazione autentica è quella che fa capire immediatamente i concetti essenziali. Poi, chi si incuriosisce davvero, troverà il modo di approfondire sempre di più».

 

La scienza, la medicina, la tecnologia hanno cambiato il mondo?
«Certamente hanno portato una rivoluzione, un modo diverso di vivere, hanno reso disponibili per tutti risorse e opportunità di vita prima impensabili. Insieme, come ogni realtà umana, la medicina e il progresso medico hanno due facce: curano ma anche contribuiscono a creare una società irta di situazioni che devono essere riequilibrate».

 

In che senso devono essere "riequilibrate"?
«La tecnologia, la scienza, la medicina, oggi salvano molte vite. Vuol dire che generano indirettamente l’allungamento della vita. Un grande bene! Ma l’invecchiamento dilagante, che si accompagna nelle nostre società alla diminuzione della natalità, produce nuovi squilibri di cui non abbiamo ancora colto la portata. Oppure, pensiamo all’Africa: l’intervento delle vaccinazioni e degli antibiotici, per fortuna, ha consentito a tanti bambini di continuare a vivere. Nell’immediato dopoguerra l’Africa aveva 300 milioni di abitanti, oggi siamo arrivati a un miliardo, che saranno 2 miliardi nel 2050. Se si decuplica la popolazione o quasi nell’arco di un secolo è evidente che non si può andare avanti come prima, occorrono strumenti economici, tecnologici, sociali nuovi per fare fronte a quella che è una vera rivoluzione. Insomma, oggi abbiamo più che mai il compito ineludibile di creare società che siano in equilibrio con l’ambiente e con se stesse. Dobbiamo costruire una società coesa, dove la solidarietà, la ricchezza generata dall’economia, dalla scienza, dalla tecnologia e dalla capacità produttiva siano tutte connesse e si equilibrino tra loro».

 

Dei molti scienziati che ha conosciuto, quale ricorda in modo particolare?
«Scelgo Edoardo Amaldi. L’ho stimato molto non solo come scienziato ma anche come uomo. È stato uno dei protagonisti della fisica italiana nel dopoguerra con il CERN. Ho avuto la fortuna di conoscerlo bene. Faceva parte del ‘gruppo di Panisperna’, che aveva brevettato in tempi non sospetti la scissione dell’atomo. Quando, nel dopoguerra, ha avuto notizia della cifra enorme che gli sarebbe spettata per quel brevetto, ha detto a sua moglie: “Siamo rovinati! Siamo diventati ricchi!” (ride). Così scelse di destinare quella somma per fare acquistare un ciclotrone per la ricerca e destinò qualche risorsa anche a noi del CICAP, il Comitato per il Controllo delle Affermazioni sulla Pseudoscienza. Lui ne è stato a lungo un prezioso componente. Per me è stato soprattutto un maestro di vita. Di lui, piacentino di origine, ricordo sempre una frase, che ho scritto anche nel mio ultimo libro: “ A Piacenza, di quello che non c’è si fa senza”. Sintetizza bene lo spirito del tempo».

 

Nella scienza e nella comunicazione, cosa si deve fare per convincere le persone nella testa nel cuore e nella pancia?
«È un dibattito infinito, di cui si scrive molto, anche in campo medico. C’è il medico che in dieci minuti ti fa diagnosi e prescrizione e quello che per un’ora chiede, ascolta, si informa, racconta. Nella malattia non c’è solo il dolore fisico, ma c’è la sofferenza, che non si cura con i farmaci, ma con le parole. Se manca empatia, le persone finiscono per cercare altrove le proprie risposte».

 

Ricorda esempi da cui non dobbiamo smettere di imparare?
«Anni fa avevano avuto successo alcuni supposti guaritori filippini che, in modo del tutto assurdo, promettevano di estirpare un cancro a mani nude, senza usare strumenti chirurgici, senza provocare dolore e senza lasciare cicatrici. Una follia. Eppure allora c’erano aerei charter pieni di persone che andavano a farsi curare nelle Filippine e che tornavano dicendo di essere guariti. C’era la voglia, il bisogno: quando si precipita nel burrone c’è una necessità assoluta di trovare anche dei fili d’erba cui attaccarsi. È quello che fa il successo della pseudo medicina».

 

Oggi l’informazione medica incontra anche altre criticità. Pensiamo alle fake news.
«È vero, oggi circolano sistematicamente quelle che si chiamano “fake news”. Sono velenose, pericolose, vere e proprie calunnie che puntano sul potere di diffusione del web. E rimangono a lungo nella memoria collettiva, specie di quelli che si informano poco. Quando poi si tratta di cure mediche l’informazione falsa si diffonde in un attimo ed è difficile contrastarla, anche perché spesso si fa intervenire il “complottismo”, altra malattia delle fake: “non ve la raccontano giusta, non ve l’hanno detto, ma le cose stanno così”. Si crea così un mix esplosivo».

 

Facendo un altro salto nella storia, vorrei planare con lei sul 1968: 50 anni fa nasceva l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Ma, al di là di AISM, succedevano fatti che hanno segnato la storia del mondo. Lei a quel tempo conduceva il telegiornale: quali eventi ricorda, in particolare?
«Beh, abbiamo raccontato il maggio studentesco. Poi perdura il mito di Bob Kennedy, che fu ucciso quell’anno: quando accadde l’omicidio stavo presentando il telegiornale e ne abbiamo fatto la prima maratona televisiva. Quell’anno, inoltre, 600 mila persone lavorarono per mandare due astronauti sulla Luna, nel 1969. E la Luna è rimasta come un momento magico nella nostra memoria. Si sentiva che qualcosa stava cambiando e che lo stavano cambiando proprio le persone, insieme. Non per niente quelli erano gli anni del miracolo economico e del boom demografico, c’era un’aria diversa, propositiva, di nuove speranze. E anche io ho contribuito: i miei figli sono nati tra il 1958 e il 1962».

 

Tra i suoi amori un grande posto ha la musica, vero?
«Il mio amico del cuore, quando ero piccolo, si chiamava Ludovico, in omaggio a Beethoven: suo padre era critico musicale alla Gazzetta del Popolo e sua madre pittrice. Così, per amicizia e quasi per osmosi, anche io volevo suonare il pianoforte. Ci fu comperato il pianoforte e veniva per me e per mia sorella una maestra a darci lezioni. Ma erano talmente noiose, punitive, che a un certo punto abbiamo rifiutato tutti e due di andare avanti. Ma ormai il pianoforte era stato comperato, così ho cominciato per conto mio a suonare le canzoncine che sentivo alla radio. Dopo la guerra è arrivata in Italia la musica jazz: la sentivamo di sera, con un amico, trasmessa da una stazione americana in Germania, Radio Stuttgart. Affascinati abbiamo iniziato a suonarla anche noi. E io, in effetti, nel giro di qualche anno sono diventato un ottimo pianista di jazz».

 



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